nel luogo impotente
e canuto,
siamo organi
e code di un fulcro,
qui inavviene l’età.
assèrviti al bello
non all’uomo.
l’opaca materia notturna
si fa picco improvviso,
il palazzo azzurro
emerge da un momento.
la fisionomia
e le filiazioni oblunghe
di pesi cedevoli
di calibro difforme
sono prove che si ergono
tra la mente e il vero,
in rapidi echi delle pietre
in cicli di clamore
e istanti svariati
che congelano
e ribattono
i motivi della forma.
quello che hai visto
è quello che vedi
in continua emigrazione,
il residuo di un’immagine
inavverabile.
torna allievo
per pareggiarti.
gremito candore,
racconto di lacune
e eventi non occorsi,
un corredo solitario
la disabitata libertà.
lo strascico fugace
parte e arriva
da un uguale momento
giunge e proviene
in un’altra luce
compiendosi assieme
un lavoro senza mano
si legifera
una dote dell’idea corta,
la maestria mediocre.