29 apr 2014

preghiera 25


non educarti di esercizio
addossati al secolo.



28 apr 2014

a sfuoco


ti accorgi di perdere 
lo sguardo. 

ripetuto di torpore 
e angoli d’abitudine,
che smarrisce nel disuso 
di paesaggi ereditati,  
in fondali di tiepida 
reminiscenza. 
sguardo che verifica,
che rileva il difforme,
che conferma 
invariate possibilità. 
ti accorgi di vedere
con il ricordo, 
di ritrovare senza fuoco, 
risparmiare le immagini,  
calcificarle imprecise. 

e allora gira 
le vecchie linee, 
sofistica gli spazi 
e i perimetri, 
avvicenda i rapporti, 
e guarda di nuovo.  



23 apr 2014


ora sosta
e stai
a stare.



19 apr 2014

ultimazione


le cose si allontanano
raccogliendo
la propria leggenda.



18 apr 2014

la durata di ora


quanto dura l’attuarsi 
del fatto pensato, 
l’ombra che si ripassa, 
la memoria concepita,
quanto è
il pensiero,
la presa che si scalza
di moderni arrivi?



17 apr 2014

dondolamento


l’acqua dondola
in faville di blu,
il suo consumo
è piccolo 
a dismisura, 
si fa schiuma periodica
assume il mare esistito,
porta i bagliori
verso cicli precedenti.



13 apr 2014

accolto


non servo la somma
che mi chiedi,
servo la qualità
che mi riceve.



9 apr 2014

restando


restando giovani
si invecchia.



7 apr 2014

zotici sfizi


non scegliere il buzzurro
che ignora il passato,
o lo farà riaccadere
nuovissimo e rovinoso.



6 apr 2014

presto


- presto c’è da cambiare tutto!
- presto okay, ma calma.



3 apr 2014

il lettore d’inchiostro


il lettore indagava le pagine. 
la presenza tattile dei segni marcava la carta di perseguibili conclusioni. ogni simbolo era sigillo e caso, trovava una dicitura corporea.

il lettore non sapeva se stesse leggendo l’opera o propriamente il libro, gli equilibri, gli spazi, o se leggeva il suo leggere; se fosse navigante di un contenuto impalpabile o di un materiale paese d’inchiostro, di positive iniziazioni.
lui non era l’usuale destinatario avvezzo agli episodi e gli sbrogli del racconto, né si serviva di modelli per ricavare un progetto della realtà: cercava invece l’identità del suono col termine vergato, il confine tangibile in cui la cosa si enuncia. 

le parole erano sistemazione e signoraggio della materia, sostegno del proprio prodursi. il lettore non sapeva se considerarle calligrafiche apparenze di sé o richiami, comandi di un’idea; se ritenerle versioni di un ordine o edificazioni del significato. 
studiandole nel profondo, le coglieva schivarsi dalla propria forma, come specchianti sibille di un’eloquenza, guardiane di verbi scarichi. la parola, grafia di una voragine, non si diceva. 

così, nel lungo tempo allo scrittoio, il lettore sorvolava su codici e intervalli di smalto vivendo euforiche ore di proprietà, gli occhi imbevuti di formule e asserzioni tipografiche. in quella dilatata scansione regrediva a un seme sfuggente. 

ogni giorno usava perdersi nella pittografia dei caratteri, nel loro perenne fondo. li seguiva negli steli e le pieghe campeggianti di china, artigliandone il limite, la soglia. 
sempre più si ammaliava, si assorbiva nelle linee, divenendo medesimo tempio sacro. adorava la loro presenza, l’espressione inverata nei profili. 
finì per farsi scrittura, l’esperienza di un segno.   



revisione di Erica Bisetto

2 apr 2014


mi manca
un inizio.



1 apr 2014

divari


le immagini oscillano
in nuove immagini, 
arrivano ad altre
esposizioni della domanda, 
a divari delle medesime.