nella torre sul dirupo
a precipizio sotto il sole,
tra un vasto
abbandono di flutti,
il vecchio artigiano
provava la bellezza.
con il filo e il legno
e la carta e lo stilo,
conciliava la sintonia
ripeteva la cadenza
sfogava il peso dell’opera:
l’interno e l’esterno
che si premono.
il giorno passava
nelle ore impellenti
nell’alacre arte
nei lenti compiti operosi.
l’artigiano, paziente,
sconosciuto agli sguardi,
abbozzava e rammendava
il suo studio, aggiustava
il suo stesso progetto di uomo.
la forma aveva qualcosa di santo
e irreale, viveva senza nascere
viveva vissuta da sempre,
la forma che trovava
c’era.
la inseguiva di calma
formulando un rigore,
puntellandola
sui fogli consunti,
tornendola con gli attrezzi
rugginosi.
era una bava smagliante
srotolantesi
in ruga inumana,
vacillava dallo stilo
necessaria inevitabile,
patente grafia di assoluto.
la forma
era priva di errore.
alla sera l’uomo, punto recluso
sotto la quietezza degli astri,
stagliato tra le acque volubili
come breve margine del mare,
ricreò la limpida
incorruttibile equidistanza:
nelle sue mani momentanee
nelle sue mani
trovò il cerchio.